Pittura: Inaugura a Roma “Primo Piano” di Francesca Leone

Giovedì, 4 Dicembre, 2008
Le riproduzioni fotografiche per il catalogo della mostra e per il sito dell’artista sono di PhotoKiloGrammi di Fausto Capalbo

francesca_leoneInaugura a Roma giovedì 4 dicembre, nell’elegante Sala del Refettorio di Palazzo Venezia, Primo Piano, la mostra personale di Francesca Leone curata dal Prof. Claudio Strinati, Soprintendente al Polo Museale Romano.
L’artista, una delle pittrici più interessanti del panorama italiano, invitata a marzo del 2009 ad esporre a Napoli nella suggestiva cornice del Castel dell’Ovo ed a giugno nel prestigiosissimo MMOMA (Museum of Modern Art di Mosca), è esponente della rinascita della pittura figurativa, fortemente ancorata al mondo contemporaneo.
Cresciuta in una famiglia di artisti, Francesca Leone inizia il suo percorso pittorico avendo respirato un’atmosfera culturale e familiare molto intensa, vivendo da vicino la realizzazione di importanti capolavori cinematografici del padre Sergio.
Il titolo della mostra evoca una doppia lettura, sia in senso propriamente artistico che esistenziale. Lo sguardo della pittrice, infatti, si focalizza non solo sul volto e sul primo piano in genere, inteso come fonte ispiratrice e destinatario della sua sensibilità stilistica, ma anche sulla realtà estremamente veloce e sfuggente di oggi, di cui cerca di coglierne l’istante e fissarlo in modo indelebile. L’esposizione prende spunto dal mondo contemporaneo e si sviluppa fondamentalmente sui grandi ritratti delle personalità che hanno contribuito in modo determinante nel cercare di portare armonia e pace nel mondo: Martin Luther King, Mahatma Gandhi, A. San Suu K. Ispirazione che si riversa anche sulle figure mistiche dei monaci tibetani. Tema importante quest’ultimo, richiamato in diverse suggestive tele. A tal proposito scrive Francesco Scorzone in una bella recensione, dopo la personale di maggio scorso al Loggiato di San Bartolomeo a Palermo: “I ritratti di Martin Luther King, Mahatma Gandhi, A.San Suu K. e il gruppo di monaci tibetani, intenti nella preghiera, hanno in comune quella capacità della rivolta silenziosa senza il ricorso alla violenza, l’amore per il prossimo. Sono i profeti armati, ora dalla parola ora dal silenzio e sono coloro dai quali bisognerebbe prendere esempio per tentare un qualsiasi cambiamento della società”.
Importanti le valutazioni critiche di Claudio Strinati sulla produzione artistica della Leone: “Ricostruisce i volti come fossero degli immani edifici, provenienti da un tempo e uno spazio non conoscibili, carichi di potenza emotiva ma sprofondati in una dimensione remota che avanza verso l’osservatore suggerendogli una ipotesi di lontananza irrecuperabile. Le fisionomie sono analizzate dalla pittrice e restituite sulla tela con acuto senso della verosimiglianza, ma quei volti sono dei monumenti solenni, dipinti con una sorte di flusso luminoso cangiante che assume forma stabile e granitica pur mantenendo una sorta di animazione interna della materia pittorica stessa”.
Marco Di Capua aggiunge: “Qui vedo il ritratto di Aung San Suu Kyi e il volto serio e intelligente del Dalai Lama, più una sequenza di bellissime teste di monaci birmani e una figura di novizio che, in un trittico, getta via via forza più debole ed è come se passasse in noi. Vere presenze, che sempre più platealmente fanno spazio al vuoto che sta loro intorno. Si fanno di lato, si spostano. Tutti, i monaci ribelli che partono o patiscono, i leader miti e profondi, chi li ascolta e li segue, tutti sono consapevoli di quella condizione che anche la pittura di Francesca Leone in fondo conosce bene e mette in luce. Gente: siamo in movimento, l’uomo è transito, il quadro è un varco”.

A cura del Prof. Claudio Strinati, Soprintendente al Polo Museale Romano
Curatore: Claudio Strinati

Info:
Palazzo Venezia – Via del Plebiscito 118, Roma 00186
Orari:
h. 9.00/19.00; lunedì chiuso
Da giovedì 4 dicembre 2008 a martedì 6 gennaio 2009


A Milano Robert Frank “The Americans” ma non solo: Il cinema con Keroe, la fotografia sperimentale e Ginsberg

Martedì, 2 Dicembre, 2008

Fino al 18 gennaio 2009 al Palazzo Reale a Milano

frank_cover1Robert Frank, nato a Zurigo nel 1924, è oggi fra i più famosi fotografi a livello internazionale ed è stato anche un notissimo regista cinematografico.
Proprio dalla sua città natale (dal Fotostiftung Schweiz di Zurigo) e dal Fotomuseum Winterthur provengono le opere – un’ottantina di foto – che costituiscono ora la mostra Robert Frank. Lo straniero americano promossa dal Comune di Milano-Cultura e organizzata da Palazzo Reale e 24 ORE Motta Cultura.
L’evento, curato da Martin Gasser, Thomas, Seelig, Urs Stahel e Enrica Viganò, si presenta come un’importante rassegna monografica dedicata all’opera di Robert Frank, il cui sguardo ha contribuito a mutare definitivamente il linguaggio della fotografia nella seconda metà del Novecento.
Robert Frank inizia giovanissimo la sua carriera come assistente fotografo, in Svizzera. Nel 1947 sbarca a New York dove, dopo appena due mesi, riesce ad essere ingaggiato come fotografo di moda per Harper’s Bazaar. Si stanca però presto di questo lavoro, e preferisce dedicarsi ai viaggi e al reportage. Già nel 1958 viene pubblicato (dapprima a Parigi, poi anche negli Stati Uniti) quello che rimarrà forse il suo libro più famoso, The Americans, che può essere considerato l’atto di nascita, o per lo meno il preannuncio, dell’attuale street photography. E’ soprattutto grazie ad una borsa di studio annuale della Fondazione Guggenheim di New York, ottenuta anche attraverso gli incoraggiamenti di Walker Evans, che Frank potè viaggiare per gli Stati Uniti fra il 1955 e il 1956 per realizzare il suo lavoro. Sarà il primo europeo a ricevere una borsa di questo genere. Come accompagnatore, in questo lungo viaggio per le strade e alla scoperta dei volti americani ha, fra gli altri, un personaggio del calibro di Jack Kerouac, che scriverà appunto l’introduzione per il volume, una selezione di 83 fotografie tratte dal corpus realizzato durante i suoi viaggi attraverso gli States. Nelle sue immagini, dal forte sapore di documentazione sociale ed allo stesso tempo di sofisticata sperimentazione formale, ritroviamo una visione più intima della quotidianità di questa grande nazione, che Frank descrive come fino ad allora nessuno aveva mai fatto, facendo diventare il suo viaggio una riflessione sulla realtà in generale, spesso dura, ma non scevra da una certa ironia. Le sue fotografie, così volutamente contrastate, hanno colpito e frastornato il pubblico di quegli anni, ancora totalmente partecipe dell’american dream, contribuendo all’evoluzione di una fotografia di ricerca più autentica e diretta. In quegli anni appunto, l’amicizia di Frank con scrittori come Kerouak ed Allen Ginsberg, conferma la contiguità delle sue immagini con il momento d’oro della Beat Generation. Il suo film Pull my Daisy (1959), al di là dello straordinario ritmo narrativo, scandito dalla voce di Jack Kerouak, si presenta come un importante documento della vita artistica del tempo, e insieme un preannuncio della stagione d’oro del cinema underground di Mekas, Warhol, Snow.
Infatti, dalla fine degli anni Cinquanta, Robert Frank rivolge gran parte della sua ispirazione creativa al cinema, dirigendo sedici film, molti dei quali sono diventati dei cult-movie. Anche come fotografo, tuttavia, la sua ricerca non si arresta e così, come alla fine degli anni Cinquanta il suo linguaggio aveva scardinato le regole della street-photography, negli anni Settanta le sue invenzioni formali e contenutistiche, attraverso cui esprime un senso di profonda ansia esistenziale, segnano un’evoluzione in senso concettuale della fine-art photography.

frank01Peru: Ristampa da una maquette realizzata in pochissimi esemplari nel 1949
frank02Paris: in questo volume sono riunite per la prima volta insieme le fotografie realizzate dal grande fotografo a Parigi nei primi anni 50
frank03London Wales: I due progetti presentati per la prima volta in questo libro furono realizzati in una serie di viaggi tra il 1951e il 1952 a Londra e nel Galles.
frank04Les Americains – prima edizione Parigi 1958

Nel 1958 Frank aveva scattato una importante serie di fotografie a New York, dai finestrini di un autobus, e aveva dichiarato che si trattava del suo ultimo progetto fotografico; intendeva poi dedicarsi esclusivamente al cinema. Tuttavia nel 1970, dopo un decennio in cui era stato molto impegnato come film-maker, Frank riprende a fotografare. Le sue foto degli anni Settanta sono molto diverse da quelle della serie The Americans. Innanzitutto nelle sue prime immagini il taglio era documentaristico e sociologico, quanto ora diventava soggettivo e intimo, espressione diretta di esperienze e sentimenti personali.
Nel 1958, subito dopo aver ricevuto la borsa di studio del Guggenheim, Frank scriveva infatti : ” Quello che cerco di fare vuol essere la registrazione di quello che una persona naturalizzata americana ha in mente quando vede il tipo di civiltà che è nata negli Stati Uniti e si è diffusa in tutto il mondo”. Nelle sue nuove fotografie invece Frank cercava ormai di esprimere soltanto se stesso, “quello che sono… far vedere l’interno di me stesso in contrasto col paesaggio in cui mi trovo”. Le sue riflessioni teoriche sulla polaroid, sulla fotografia come prova dell’esserci, conferma dell’essere vivi, sembrano anticipare direttamente certe tematiche di Wim Wenders.
Nel 1970 Frank e la pittrice June Leaf, la sua nuova compagna, avevano comprato una casa con del terreno intorno a Mabou, nella Nuova Scozia (Canada), dove l’artista svizzero avrebbe scattato molte delle sue ultime foto e girato i suoi film. Lo stesso paesaggio di Mabou, un posto all’estremo limite del continente, dove la natura era ancora sostanzialmente intatta e piena di contrasti, diventava una sorta di metafora in sé. Soprattutto dopo la morte della figlia Andrea (1974) e del padre (1976), l’atmosfera delle immagini del fotografo sembra ripiegarsi in uno sguardo autoreferenziale, ma anche diventare più dolorosa e meditativa.
Dopo gli anni ’70 troviamo poche foto intese come scatti conclusi in sé, ma piuttosto brevi sequenze (come frammenti di film) o immagini montate insieme, con parole graffiate sui negativi o tracciate sulle superfici degli oggetti con del colore gocciolato, come se le immagini avessero perso parte del loro potere descrittivo, e dovessero essere usate come supporti su cui registrare frasi, pensieri appena articolati, parole quasi indecifrabili, eppure terribilmente intense, angosciose e lancinanti. Nel 2000 Frank disse a Ute Eskildsen, direttrice del Museo Folkwang di Essen, che la fotografia faceva diventare vecchia ogni cosa: “Se fai il fotografo, ogni cosa che fotografi diventa immediatamente il passato. Le parole sono più vicine ai pensieri. Quello che il fotografo fa è sempre circondato da una sorta di fascino romantico – non importa che tipo di lavoro fai, o quanto modifichi quello che fotografi”.
Se chi ha apprezzato il primo Frank può rimanere scioccato dalla profonda evoluzione, e quasi dallo stacco, con la sua ultima produzione; dopo una piccola riflessione non potrà non riconoscere la qualità straordinaria di alcune delle sue immagini più recenti, destinate a rimanere come documenti della sensibilità degli anni che il fotografo ha attraversato e della nostra epoca in generale.
All’interno del percorso espositivo sarà possibile assistere alla proiezioni di alcuni dei lungometraggi dell’artista come Pull My Daisy (1959) e About Me: A Musical (1971).



frank05The Americans – prima edizione New York 1958

frank06Pull my Daisy: pubblicazione sul film omonimo girato nel 1959, con Jack Kerouac e Allen Ginsberg

frank07pMoving out: pubblicazione in occasione della grande retrospettiva a Washington del 1994.

frank08Storylines: Il catalogo della mostra alla Tate Modern 2004

frank09Hold still-keep going – riempie un vuoto nella ricostruzione dell’opera di Robert Frank, illustrando il punto di vista estetico che ha guidato l’autore sia nel cinema sperimentale che nella fotografia.


Fotografia tra attualità e arte. A Lucca mostre, workshop, dibattiti

Domenica, 30 Novembre, 2008

lucca01C’è l’inquietante, e per questo bellissima, “Flower girl at a Wedding” di Diane Arbus, la controversa fotografa portata sul grande schermo da Nicole Kidman. E ci sono il ritratto raffinato di Isadora Duncan di Edward Steichen, le istantanee di Andy Warhol ripreso nel letto d’ospedale e i ritratti di Marcel Duchamp firmati da Ugo Mulas, gli indiani d’America di Edward Curtis e le disinibite pose di Larry Clarck a raccontare la rivoluzione dei costumi degli anni Settanta. Sono le tante facce del Novecento che sfilano nella super-collettiva “Faces. Ritratti nella fotografia del XX° secolo” in scena alla Fondazioni Ragghianti, circa 140 opere di 17 artisti, con prestiti da tutto il mondo selezionati da Walter Guadagnini e Francesco Zanot. E’ l’evento espositivo con cui si apre la quarta edizione del “Lucca Digital Photo Fest”, che dal 15 novembre all’8 dicembre trasformerà Lucca in una grande kermesse dedicata alla fotografia.

Promossa dal Comune di Lucca e dall’Associazione Toscana Arti Fotografiche, la manifestazione ha un carnet di 18 mostre, affiancate da un cartellone di eventi collaterali tra workshop fotografici e tecnici, letture-portfolio, dibattiti e proiezioni, e soprattutto tanti incontri con gli autori. Come Alex Webb, il raffinato reporter “a colori” della cronaca borderline, guest star di questa edizione, celebrato dalla retrospettiva “Fotografie” che porta in anteprima in Italia i suoi scatti sulla vita autentica, tragica e disincantata dei bassifondi. Proprio lui, terrà un workshop per rivelare vezzi e virtù dell’obbiettivo, e per la serata di gala, il 29 novembre al Teatro del Giglio, quando riceverà il premio alla carriera, commenterà la proiezione delle sue foto più famose.

E con il maestro americano, sarà protagonista anche Tim Hetherington, vincitore del World Press Photo di quest’anno, il più grande concorso di fotogiornalismo del mondo in mostra al festival, con “Battle Company”, immagini scioccanti e affascinanti sull’Afghanistan, un viaggio senza retorica nei campi di battaglia a cogliere le sensazioni più intime dei combattenti.

Tra gli appuntamenti, Massimo Vitali racconta col suo estro goliardicamente apocalittico le spiagge dell’Italia del Nord in un formato inedito, mentre Matteo Basilè seduce con le atmosfere e i colori intensi dell’isola di Bali nella sua personale “The Saints are coming”.

Da non perdere i Photocafe, incontri-dibattito con protagonisti della fotografia internazionale, come quello attesissimo con Grazia Neri, che racconterà i 40 anni dell’omonima agenzia. E se quest’anno il festival si apre anche alla fotografia nel cinema, assai sfiziosa è la proiezione di Rize: alzati e balla un film dell’edulcorato iper-glamour David LaChapelle. Con lui anche “Fotogrammi. Fotografi e fotografia nel cinema” a cura di Filippo e Maurizio Rebuzzini, “Cinema Mundi” istallazione di videoarte di Stefano De Luigi in anteprima italiana, e “Poeti, Maschere, Attori, Fantasmi. Fotografie 1962-2006″ di Mario Lasalandra.

Spiccano anche i reportage “Beijing In & Out”, realizzato da dieci fotografi dell’Agenzia Contrasto, e sul complesso mondo dell’anoressia indagato con sensibilità composta in “Odd Days” da Simona Ghizzoni. Singolare come tema, mai cruento ma filtrato dal velo della visione lirica delle cose, è il ciclo sui “Trapianti” di Enzo Cei.

La videoarte è di scena con “Pensare cerchi d’acqua”, istallazione di Luigi D’Alessandro e Marco Porta in anteprima assoluta, e il suggestivo “Lo Straripamento” di Patrizia Bavarese, vincitrice del VideoContest ‘08, che fonde visivamente musica e acqua con il compositore Vittorio Nocenzi, uno dei migliori tastieristi italiani, che esegue il suo brano sotto una pioggia scrosciante.

Come finestra sul mercato del collezionismo di grande prestigio, spiccano, infine, i lavori surreali e affascinanti del collettivo di cinque artisti russi AES + F, già notati alla Biennale di Venezia, “Last Riot 2″ della galleria Ruzicska di Salisburgo.

Notizie utili
LuccaDigitalPhotoFest ‘08, dal 15 novembre all’8 dicembre, Lucca.
Biglietto cumulativo per 17 mostre incluso World Press Photo € 15.

Info: Associazione Toscana Arti Fotografiche tel. 0583-5899215 o sul sito www.luccadigitalphotofest.it.


Roma, Accedemia di Francia: Marco Delogu – Noir et blanc

Mercoledì, 15 Ottobre, 2008

vai alla pagina Marco Delogu | Véronique EllenaL’Accademia di Francia a Roma, diretta da Frédéric Mitterrand, presenta la mostra Noir et blanc del fotografo Marco Delogu, da mercoledì 15 ottobre a domenica 30 novembre 2008, con oltre 70 fotografie in bianco e nero che illustreranno il suo lungo percorso artistico, dalla fine degli anni ’80 ai lavori più recenti, esposti per la prima volta al pubblico, nelle Gallerie di Villa Medici.

Il titolo della mostra Noir et blanc riassume un lavoro incentrato prevalentemente sul ritratto, dai cardinali alle statue romane, dagli zingari ai fantini, dal carcere ai contadini e ai pastori, ma anche su una serie di studi nuovi come Due migrazioni e Quattro studi di cavalli, in cui Delogu sposta l’attenzione dall’uomo a ciò che lo circonda. Sono un primo passo in direzione del nuovo senso di libertà che caratterizza il suo ultimo lavoro, Nature: plurale che indica un nuovo spazio, privo di vincoli fatto di campi, boschi, spiagge, di tracce seguite senza una meta precisa. La mostra vuole riflettere il rapporto immediato, privo di sovrastrutture, netto e senza sfumature che l’artista ha sempre avuto nell’avvicinarsi alla fotografia, segno di un’attenzione che distingue un costante lavoro incentrato sulla semplificazione dell’immagine fotografica, sempre considerata nei suoi elementi essenziali.

LA MOSTRA A VILLA MEDICI

La mostra a Villa Medici vede riunite molte delle fotografie più famose di Marco Delogu, ma anche una serie
di lavori interamente nuovi esposti, per la prima volta, in questa occasione.
Grande ritrattista, nei suoi progetti si è soprattutto dedicato alle persone, a partire dai Ritratti Romani (1989), Polaroid di grande formato dei volti di statue dei Musei Capitolini e dei Musei Vaticani, maschere del tempo che si confondono con i volti dei romani incontrati ogni giorno, ai suoi ritratti realizzati in Inghilterra durante gli anni ’90.
L’interesse di Delogu per le persone vere e proprie si fa sempre più esplicito nel lavoro dei Compositori (1996), protagonisti di una grande mostra a Villa Medici nel 1996, in grado di cogliere la dimensione più
intima e la verità che abita ogni singolo individuo, così come in alcuni ritratti inediti esposti per la mostra
attuale. Per esempio, quello di Gorbaciov, che riassume i due volti dell’ex premier Sovietico; da un lato
durissimo uomo di stato, dall’altro padre e marito dalla profonda umanità. Medesima idea si verifica con
Senada, nome di una madre Rom, la cui immagine fa parte di un più ampio lavoro dedicato a un
accampamento romano di Zingari, rimandando qui all’iconografia di una contemporanea e laica vergine col bambino che allatta con lo sguardo diritto verso la macchina.

Laico è anche l’occhio con cui Delogu inquadra i suoi Cardinali in pensione (1998-2000), probabilmente il suo progetto più conosciuto, in cui i vecchi patriarchi della gerarchia ecclesiastica romana vengono fermati in pose al contempo terrene e metafisiche. I Cardinali sono presentati in mostra in preziose stampe oriental, segno dell’attenzione che Delogu da sempre dedicata anche al processo della stampa, come tra l’altro in iTrenta assassini, primi piani strettissimi in cui fa una mappatura dei volti e delle vite dei fantini del Palio di Siena. Queste immagini rinunciano intenzionalmente al grande formato per lasciare spazio a una visione più raccolta, ribadita anche per i ritratti di carcerati di Cattività (1997-2003), probabilmente il progetto su cui si è soffermato più a lungo, in un reiterato tornare al carcere di Rebibbia.
La dimensione temporale emerge in maniera esplicita in Due migrazioni (2007), confronto tra popoli diversi a distanza di anni differenti nelle campagne laziali. L’attenzione alle questioni sociali trova qui, per la prima volta, un equilibrio più consapevole alle forti suggestioni del paesaggio. Dal rigore e severità, Delogu scopre gradualmente nuove relazioni tonali fino a un bianco che buca spazio e tempo, bianco grafico e assoluto che trova la sua più affascinante realizzazioni nei suoi studi sui Cavalli (2007), qui presentati per la prima volta in un suggestivo formato in scala 1:1.

Tutto ciò è la premessa per un approccio più libero che si concretizza in particolar modo nel suo nuovo e più attuale lavoro, Nature (2008). Qui il paesaggio si spoglia di ogni precisa connotazione geografica e si riduce ai segni e alle tracce che si scoprono in mezzo alla natura, in cui tempo si trasforma in durata interiore, sospesa in un atmosfera resa surreale. Questi ultimi lavori, assolutamente inediti, si raffrontano, anchesimbolicamente, con altri recentissimi progetti, nuovamente incentrati sul ritratto: gli Ex-condannati a morte (2006-2008), i Sik della Pianura Pontina (2008), e Dream (2008), dove protagonisti sono una serie di uomini e donne africani malati di aids che dopo aver iniziato le cure del progetto Dream promosso dalla comunità di Sant’Egidio ne sono diventati i primi testimoni.

Attento al movimento e a una visione più nitida e libera, Delogu sperimenta anche per la prima volta il video, strumento di passaggio da uno stile caratterizzato da fotografie sempre in verticale al maggior respiro del formato orizzontale.

IL FOTOGRAFO

Marco Delogu è nato a Roma nel 1960, dove vive e lavora.
È autore di oltre 20 libri, fra cui Fuori tutti (Einaudi, Torino 1996), Cardinali (Bruno Mondadori, Milano 2001) e Senex (Leonardo International, Milano 2002), e di numerose mostre in Italia e all’estero, in molte gallerie e musei, tra cui la Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea e il Palazzo delle Esposizioni di Roma, il Warburg Institute di Londra; l’Henry Moore Foundation di Leeds, l’IRCAM – Centre Georges Pompidou di Parigi, il Museé de l’Elysee di Losanna, il PhotoMuseum di Mosca, e sempre a Roma i Musei Capitolini e la GIL.

Affianca all’attività di fotografo, quella di editore e curatore di mostre. Nel 2002 ha ideato FotoGrafia – festival internazionale di Roma, di cui è il direttore artistico. Nel 2003 ha fondato la casa editrice Punctum.

IL CATALOGO

La mostra Noir et blanc sarà accompagnata da un catalogo bilingue (italiano e francese) edito da
Contrasto, con testi di Frédéric Mitterrand, Richard Peduzzi, Clement Cheroux, Francesco Zanot, Tim Davis e da una lunga intervista di Alessandra Mammì.

INFORMAZIONI

Orario: 11.00 – 19.00 (orario continuato)
Riposo: lunedì
Ingresso: 8 euro (intero) – 5 euro (ridotto)
Info pubblico: tel. 06/67611
Viale Trinità dei Monti, 1 00187 Roma
Metro: Spagna
Bus: 117-119
Parcheggio Ludovisi

Info stampa:
Ludovica Solari
Tel: +39 06 67 61 291
Fax: +39 06 67 61 243
e-mail: stampa@villamedici.it
http://www.villamedici.it


Vent’anni d’arte in una mostra. La scena dell’arte

Martedì, 24 Giugno, 2008

Dal 26 Giugno al 19 Ottobre 2008, tre città e tre musei realizzano per la prima volta in Italia una vasta mostra dedicata all’opera fotografica di Ugo Mulas, dagli esordi alle opere estreme.
Roma
, Milano e Torino congiuntamente presentano il più ampio spaccato che mai sia stato offerto al pubblico, della fotografia che Mulas ha dedicato al mondo dell’arte contemporanea, fulcro della sua ispirazione d’autore. La retrospettiva, ordinata con il concorso dell’Archivio Ugo Mulas, presenta circa 600 opere suddivise in due sezioni parallele e contemporanee a Roma e a Milano. E successivamente, a giugno, confluenti in un’unica rassegna a Torino.

Approdando a Torino le mostre di Roma e Milano confluiscono in un’unica rassegna che tocca i diversi momenti e le differenti attenzioni destinate all’immagine fotografica, componendo un corpo unitario disponibile per nuove itinerazioni, capaci di far meglio conoscere in Italia e in campo internazionale la figura e l’arte di uno dei maggiori fotografi del secondo dopoguerra.

vernissage: mercoledì 25 giugno – ore 18.30
dove: Torino (TO)
presso
: GAM Galleria d’Arte moderna
orari
: tutti i giorni 10-18, chiuso il lunedì
biglietti
: 7,50 Euro intero – 6,00 Euro ridotto.
Gratuito il primo martedì del mese
a cura di: Pier Giovanni Castagnoli, Lucia Matino, Anna Mattirolo
altre info: 011 4429518

Yasmina Alaoui e Marco Guerra. Arte del corpo e fotografia

Martedì, 3 Giugno, 2008

Arte del corpo e fotografia. Il progetto “One thousand and one dreams” di Yasmina Alaoui e Marco Guerra, è la somma di un lavoro artistico impressionante, di non facile definizione e in ogni modo, interessante. In mostra dal 5 giugno 2008 alla Opera Gallery di New York.

Prima lui spoglia e scruta i corpi con l’obiettivo della sua macchina fotografica, ne esalta le forme e l’eleganza. Poi lei li incide e li riveste di colore, svelandone l’anima. Una coppia nella vita e nell’arte. Marco Guerra e Yasmina Alaoui, fotografo corteggiato dal mondo dalla moda lui e artista che ha sedotto Parigi lei, lavorano a quattro mani sulle immagini, fondendo le loro tecniche per creare atmosfere intime dal sapore esotico. Marco gioca con la luce e le linee sinuose dei nudi su cui Yasmina ricama con l’inchiostro i percorsi delle emozioni.


mona kuhn, evidence

Lunedì, 2 Giugno, 2008

La Jarach Gallery è lieta di ospitare Evidence, la prima esposizione personale di Mona Kuhn in Italia.
Inaugurazione 14 giugno ore 18.00. Le fotografie dell’artista brasiliana naturalizzata in California, ritraggono la comunità naturista in Francia, dove ogni anno trascorre l’estate, secondo una raffinata composizione fotografica fatta di messe a fuoco selettive e una sensuale mistura di luci e ombre, di gesti e sguardi. Guardandole si entra in un’atmosfera rilassata in cui la nudità è vissuta come una condizione naturale, non come fonte di allusioni: si percepiscono le relazioni affettive e il piacere della condivisione degli spazi e del tempo che unisce i soggetti di fronte alla fotocamera.

Mona Kuhn nasce a São Paulo, Brasile, nel 1969, in una famiglia di origine tedesca. Si è laureata presso Ohio State University negli Stati Uniti d’America. Fino a 1998 è stata un’alieva privatista del Getty Research Institute di Los Angeles. Attualmente vive e lavora a Los Angeles. Il sui lavori sono stati esposti in collezioni pubbliche e private internazionali.
Steidl ha pubblicato due sue moniografie: Photographs (2004) e Evidence (2007). Per il 2009/10 è prevista l’uscita di un suo terzo catalogo Staidl.
Il suo lavoro è stato recesito da ArtNews, ArtForum, The New Yorker, NYPost, LATimes, Vogue France, L’Officiel Hommes, Numero, Vogue Italy, Men’s Vogue, Marie Claire, Muse, Blend, Mixte, Code e WWD Scoop. Mona Kuhn ha presentato il suo lavoro presso il Museo d’Arte di Cincinnati, il Museo d’Arte del North Carolina e il Museo d’Arte della Georgia. Kuhn è una degli artisti del Pasadena Arts Center.

14 giugno – 03 agosto 2008
Jarach Gallery San Marco 1997 Campo San Fantin
30100 Venezia T +39 041 5221938 – F +39 041 2778963
www.jarachgallery.cominfo@.jarachgallery.com


3° Premio Internazionale Arte Laguna

Domenica, 18 Maggio, 2008

Sono aperte le iscrizioni al 3° Premio Internazionale Arte Laguna, finalizzato alla promozione e valorizzazione dell’Arte Contemporanea.

Il Premio si suddivide in tre sezioni pittura, scultura e arte fotografica ed è aperto a tutti gli Artisti che vi possono partecipare con una o due opere per ogni sezione. In premio, € 4.500,00 ai vincitori assoluti di ciascuna sezione.
Le opere finaliste verranno esposte presso importanti sedi espositive di Venezia, Mogliano V.to e Treviso.
Poi ancora: mostre personali, realizzazione di linee di mobili/opere, eventi, interviste, recensioni, gallerie virtuali e molto altro.

Dotazione del Premio: € 35.000,00

www.premioartelaguna.it
Bando >
Iscrizione >