Grazia Neri va in pensione: lascia l’agenzia fondata 42 anni fa

Domenica, 28 Dicembre, 2008
grazia_neri_ruy_teixeiraIl congedo è regale come il personaggio (non come la persona, invece, che è rimasta sottile, monellesca, arruffata). A 73 anni, quarantadue passati a dirigere l’impresa che ha fondato e portato al massimo livello in Italia e alla massima considerazione all’estero, la signora della fotografia lascia il ponte di comando. «A partire dall’inizio del nuovo anno Grazia Neri si allontanerà dalla presenza quotidiana in Agenzia, restando il più formidabile dei collaboratori in occasione di eventi e progetti fotografici speciali…», scrive in terza persona in un documento indirizzato agli amici, ai fotografi, ai sodali. «Con l’inizio del 2009 la direzione passerà interamente nelle mani di Michele Neri. La decisione è stata presa per permettere a Grazia Neri di occuparsi, dopo tantissimi anni di lavoro instancabile, della propria salute e della famiglia, dello studio della fotografia e dei progetti personali . La scelta di nominare Michele Neri amministratore unico della Società è un fatto naturale».

Certo, la «naturalità» del fatto dipende, come spiega il comunicato, dall’ormai decennale affiancamento del figlio alla madre nella gestione quotidiana, ma il gesto dinastico rimane, e Michele Neri, più fortunato del principe Carlo, lo scettro lo riceve da una genitrice contenta di darglielo. «Fortunato?! Ma io lascio a mio figlio una patata bollente, gli consegno l’agenzia in un momento cruciale per il nostro mondo, un momento su cui incombe una svolta tanto grande quanto difficile da capire, prevedere, anticipare», ribatte lei con il consueto, appassionato fervore. Poi, come sempre accade con questa donna, che potrebbe essere sintetizzata col nome di un celebre rossetto della Revlon, Fire and Ice, Fuoco e ghiaccio, subentra la lucidità imprenditoriale: «Lui comunque – medita – ha l’occhio più avanti del mio, su internet…». Internet!

È lì, nello spazio virtuale, che si gioca il futuro dell’informazione, e dunque anche della foto-informazione, del reportage, la linfa e la materia stessa di un’agenzia fotografica come quella che Grazia Neri fondò a Milano nel 1966 e consolidò due anni dopo a Parigi, alleandosi a Hubert Henrotte, il creatore di Sygma, un’altra agenzia che avrebbe fatto storia. In quell’epoca, raccontò qualche anno fa, «il mondo cambiava, la richiesta di informazione fotografica cresceva a dismisura, gli editori non potevano avere fotografi dappertutto». Toccò alle agenzie incaricarsi del problema, «costruire» fotografi e reportage a getto continuo, e venderli ovunque. «Con Henrotte avevamo preso l’abitudine di chiamarci la domenica mattina: “Da che parte li mandiamo? Tra le proposte che ci fanno, quali ti sembrano buone?”».

Ce lo siamo dimenticati perfino noi del mestiere, quanto tempo ci mettevano, quelle foto, ad arrivare sui giornali. «Mi ricordo nel ‘67, avevo Gilles Caron sulla Guerra dei Sei Giorni, ma per vedere le prime immagini ce ne sono voluti quattro o cinque. Allora uno faceva le foto, spediva i rulli con l’aereo, bisognava mandarli al laboratorio per lo sviluppo, poi dovevi fare arrivare le diapositive nelle redazioni… Sì, c’erano già le telefoto, ma il grosso del lavoro si faceva così». E andò avanti così fino agli Anni Novanta, pare incredibile. Finché arrivò il digitale, e nulla fu più come era stato fino a quel momento. «Prima i fotografi spedivano i rulli e alla sera se ne andavano al bar. Adesso alla sera si mettono al computer e lavorano fino a tardi per spedire le foto», sintetizza Grazia Neri. Tutto più semplice, più immediato, più abbondante. Non è detto, però, che l’informazione ci guadagni. «La foto è fragile – avverte lei -. Si offre, se hai voglia la guardi bene, se non hai voglia la guardi appena; senza una didascalia corretta che la spieghi, rischia di essere fraintesa. Attraverso il web la foto viaggia in fretta, il rischio aumenta». Ma il web fa di peggio: alleato con la tv – e micro-tv lui stesso – fagocita i tempi dell’informazione, accelerandoli al massimo. I grandi reportage hanno bisogno di tempi lunghi, invece, di riflessione. Non solo di chi scatta, ma anche di chi guarda.

Nel futuro che è già incominciato, che fine farà il fotogiornalismo, signora Neri? «Nei settimanali ha già perso spazio. Ma – giusto quello che lei dice sulla necessità di riflessione, di approfondimento – ne ha guadagnato nelle mostre, nei documentari, nei libri, nelle conferenze, nei convegni, nei festival… Spuntano committenti nuovi anche se tutt’altro che imprevedibili. Le Organizzazioni non governative, per esempio, sono interessate a commissionare reportage che mostrino le situazioni dove intervengono, piaghe e miserie, ma anche risultati, prospettive. Anche i costruttori di macchine fotografiche promuovono i giovani reporter e mostrano i loro lavori. Il perché non c’è bisogno di spiegarlo».

Articolatissima è l’attività di un’agenzia fotografica come quella che Grazia Neri consegna oggi nelle mani del figlio Michele. Ci vogliono quaranta dipendenti per tenere dietro a tutti gli aspetti del lavoro, e il reportage d’attualità è solo uno dei molti, ma per chi, come la fondatrice, vi ha imperniato l’orgoglio del suo mestiere, resta un emblema araldico, lo stemma dov’è iscritto il motto dell’impresa (di «moralità della fotografia» si parla nella lettera di congedo, e per certo non significa adesione a una campagna contro gli scatti erotici). E dunque non le può bastare il lungo elenco di possibilità alternative al giornalismo «cartaceo» che il fotoreporter degli anni Duemila ha davanti. «Tutto – sostiene – dipenderà dalle edizioni in rete. Se gli approfondimenti verranno o no offerti in abbonamento. Se accadrà, e credo che accadrà, il fotogiornalismo continuerà a esistere anche nella sua sede naturale: i giornali».

[da La Stampa di Maria Giulia Minetti]


Fotografica 08: A Milano è finita la manifestazione di Canon

Mercoledì, 3 Dicembre, 2008
Grande soddisfazione per la seconda edizione di Fotografica con grande affluenza di pubblico

E’ un bilancio positivo quello che Canon traccia alla fine di Fotografica 08, al termine di quattro giorni di programmi in cui si sono succedute iniziative e manifestazioni con la partecipazione del pubblico. Gli spazi di Forma, in piazza Tito Lucrezio Caro a Milano, hanno visto affluire settemila persone di ogni età ai quali sono state proposte diverse lezioni da parte dei maestri dell’obiettivo nel corso di numerosi workshop e critici ai quali sottoporre i propri lavori per ricavarne utili suggerimenti. Lo scorso anno i visitatori sono stati circa quattromila tra Milano e Roma, quest’anno si è registrato un incremento del 75 percento.
La presenza di fotografi di spessore (tra cui Tim Hetherington, Giovanni Gastel, e Massimo Sestini)  ha consentito di affrontare le varie tematiche con autorevolezza e competenza. Tra i temi seguiti nel corso dei dibattiti  “Il Nuovo Cinema Italiano” (Maria Sole Tognazzi), “Camminando” (Camila Raznovich), “Immagini e Parole” (Andrea de Carlo),  Fotografia e Sport, Fotografia e Musica, Fotografia Sociale, I Mestieri della Fotografia ed Extreme HD.
EOS Discovery ha rappresentato un appuntamento fisso in cui approfondire il mondo delle reflex EOS, con consigli da parte di professionisti all’opera in set allestiti per l’occasione. Un’opportunità per osservare i fotografi al lavoro e carpirne i segreti. Per conoscere da vicino invece i prodotti Canon, sia foto sia video, l’angolo Info Point, l’area dedicata alle dimostrazioni con le ultime novità in catalogo e la disponibilità di personale esperto per sciogliere dubbi e ricevere suggerimenti, ma soprattutto per provare anche il recente teleobiettivo da 800 millimetri.
Infine, vera novità dell’edizione 2008, molto apprezzata dal pubblico, l’area dedicata allo shooting: chiunque aveva la possibilità, affiancato eventualmente da professionisti, di scattare fotografie o riprendere video con la propria attrezzatura o con equipaggiamento messo a disposizione, in appositi set allestiti di tutto punto con illuminazione professionale e modelli.

Foto dell’evento Fotografica 08 – [link esterno]


A Milano Robert Frank “The Americans” ma non solo: Il cinema con Keroe, la fotografia sperimentale e Ginsberg

Martedì, 2 Dicembre, 2008

Fino al 18 gennaio 2009 al Palazzo Reale a Milano

frank_cover1Robert Frank, nato a Zurigo nel 1924, è oggi fra i più famosi fotografi a livello internazionale ed è stato anche un notissimo regista cinematografico.
Proprio dalla sua città natale (dal Fotostiftung Schweiz di Zurigo) e dal Fotomuseum Winterthur provengono le opere – un’ottantina di foto – che costituiscono ora la mostra Robert Frank. Lo straniero americano promossa dal Comune di Milano-Cultura e organizzata da Palazzo Reale e 24 ORE Motta Cultura.
L’evento, curato da Martin Gasser, Thomas, Seelig, Urs Stahel e Enrica Viganò, si presenta come un’importante rassegna monografica dedicata all’opera di Robert Frank, il cui sguardo ha contribuito a mutare definitivamente il linguaggio della fotografia nella seconda metà del Novecento.
Robert Frank inizia giovanissimo la sua carriera come assistente fotografo, in Svizzera. Nel 1947 sbarca a New York dove, dopo appena due mesi, riesce ad essere ingaggiato come fotografo di moda per Harper’s Bazaar. Si stanca però presto di questo lavoro, e preferisce dedicarsi ai viaggi e al reportage. Già nel 1958 viene pubblicato (dapprima a Parigi, poi anche negli Stati Uniti) quello che rimarrà forse il suo libro più famoso, The Americans, che può essere considerato l’atto di nascita, o per lo meno il preannuncio, dell’attuale street photography. E’ soprattutto grazie ad una borsa di studio annuale della Fondazione Guggenheim di New York, ottenuta anche attraverso gli incoraggiamenti di Walker Evans, che Frank potè viaggiare per gli Stati Uniti fra il 1955 e il 1956 per realizzare il suo lavoro. Sarà il primo europeo a ricevere una borsa di questo genere. Come accompagnatore, in questo lungo viaggio per le strade e alla scoperta dei volti americani ha, fra gli altri, un personaggio del calibro di Jack Kerouac, che scriverà appunto l’introduzione per il volume, una selezione di 83 fotografie tratte dal corpus realizzato durante i suoi viaggi attraverso gli States. Nelle sue immagini, dal forte sapore di documentazione sociale ed allo stesso tempo di sofisticata sperimentazione formale, ritroviamo una visione più intima della quotidianità di questa grande nazione, che Frank descrive come fino ad allora nessuno aveva mai fatto, facendo diventare il suo viaggio una riflessione sulla realtà in generale, spesso dura, ma non scevra da una certa ironia. Le sue fotografie, così volutamente contrastate, hanno colpito e frastornato il pubblico di quegli anni, ancora totalmente partecipe dell’american dream, contribuendo all’evoluzione di una fotografia di ricerca più autentica e diretta. In quegli anni appunto, l’amicizia di Frank con scrittori come Kerouak ed Allen Ginsberg, conferma la contiguità delle sue immagini con il momento d’oro della Beat Generation. Il suo film Pull my Daisy (1959), al di là dello straordinario ritmo narrativo, scandito dalla voce di Jack Kerouak, si presenta come un importante documento della vita artistica del tempo, e insieme un preannuncio della stagione d’oro del cinema underground di Mekas, Warhol, Snow.
Infatti, dalla fine degli anni Cinquanta, Robert Frank rivolge gran parte della sua ispirazione creativa al cinema, dirigendo sedici film, molti dei quali sono diventati dei cult-movie. Anche come fotografo, tuttavia, la sua ricerca non si arresta e così, come alla fine degli anni Cinquanta il suo linguaggio aveva scardinato le regole della street-photography, negli anni Settanta le sue invenzioni formali e contenutistiche, attraverso cui esprime un senso di profonda ansia esistenziale, segnano un’evoluzione in senso concettuale della fine-art photography.

frank01Peru: Ristampa da una maquette realizzata in pochissimi esemplari nel 1949
frank02Paris: in questo volume sono riunite per la prima volta insieme le fotografie realizzate dal grande fotografo a Parigi nei primi anni 50
frank03London Wales: I due progetti presentati per la prima volta in questo libro furono realizzati in una serie di viaggi tra il 1951e il 1952 a Londra e nel Galles.
frank04Les Americains – prima edizione Parigi 1958

Nel 1958 Frank aveva scattato una importante serie di fotografie a New York, dai finestrini di un autobus, e aveva dichiarato che si trattava del suo ultimo progetto fotografico; intendeva poi dedicarsi esclusivamente al cinema. Tuttavia nel 1970, dopo un decennio in cui era stato molto impegnato come film-maker, Frank riprende a fotografare. Le sue foto degli anni Settanta sono molto diverse da quelle della serie The Americans. Innanzitutto nelle sue prime immagini il taglio era documentaristico e sociologico, quanto ora diventava soggettivo e intimo, espressione diretta di esperienze e sentimenti personali.
Nel 1958, subito dopo aver ricevuto la borsa di studio del Guggenheim, Frank scriveva infatti : ” Quello che cerco di fare vuol essere la registrazione di quello che una persona naturalizzata americana ha in mente quando vede il tipo di civiltà che è nata negli Stati Uniti e si è diffusa in tutto il mondo”. Nelle sue nuove fotografie invece Frank cercava ormai di esprimere soltanto se stesso, “quello che sono… far vedere l’interno di me stesso in contrasto col paesaggio in cui mi trovo”. Le sue riflessioni teoriche sulla polaroid, sulla fotografia come prova dell’esserci, conferma dell’essere vivi, sembrano anticipare direttamente certe tematiche di Wim Wenders.
Nel 1970 Frank e la pittrice June Leaf, la sua nuova compagna, avevano comprato una casa con del terreno intorno a Mabou, nella Nuova Scozia (Canada), dove l’artista svizzero avrebbe scattato molte delle sue ultime foto e girato i suoi film. Lo stesso paesaggio di Mabou, un posto all’estremo limite del continente, dove la natura era ancora sostanzialmente intatta e piena di contrasti, diventava una sorta di metafora in sé. Soprattutto dopo la morte della figlia Andrea (1974) e del padre (1976), l’atmosfera delle immagini del fotografo sembra ripiegarsi in uno sguardo autoreferenziale, ma anche diventare più dolorosa e meditativa.
Dopo gli anni ’70 troviamo poche foto intese come scatti conclusi in sé, ma piuttosto brevi sequenze (come frammenti di film) o immagini montate insieme, con parole graffiate sui negativi o tracciate sulle superfici degli oggetti con del colore gocciolato, come se le immagini avessero perso parte del loro potere descrittivo, e dovessero essere usate come supporti su cui registrare frasi, pensieri appena articolati, parole quasi indecifrabili, eppure terribilmente intense, angosciose e lancinanti. Nel 2000 Frank disse a Ute Eskildsen, direttrice del Museo Folkwang di Essen, che la fotografia faceva diventare vecchia ogni cosa: “Se fai il fotografo, ogni cosa che fotografi diventa immediatamente il passato. Le parole sono più vicine ai pensieri. Quello che il fotografo fa è sempre circondato da una sorta di fascino romantico – non importa che tipo di lavoro fai, o quanto modifichi quello che fotografi”.
Se chi ha apprezzato il primo Frank può rimanere scioccato dalla profonda evoluzione, e quasi dallo stacco, con la sua ultima produzione; dopo una piccola riflessione non potrà non riconoscere la qualità straordinaria di alcune delle sue immagini più recenti, destinate a rimanere come documenti della sensibilità degli anni che il fotografo ha attraversato e della nostra epoca in generale.
All’interno del percorso espositivo sarà possibile assistere alla proiezioni di alcuni dei lungometraggi dell’artista come Pull My Daisy (1959) e About Me: A Musical (1971).



frank05The Americans – prima edizione New York 1958

frank06Pull my Daisy: pubblicazione sul film omonimo girato nel 1959, con Jack Kerouac e Allen Ginsberg

frank07pMoving out: pubblicazione in occasione della grande retrospettiva a Washington del 1994.

frank08Storylines: Il catalogo della mostra alla Tate Modern 2004

frank09Hold still-keep going – riempie un vuoto nella ricostruzione dell’opera di Robert Frank, illustrando il punto di vista estetico che ha guidato l’autore sia nel cinema sperimentale che nella fotografia.


Milano, gli scatti di Arno Hammacher

Venerdì, 28 Novembre, 2008

Mostra dedicata al fotografo olandese

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Il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano ospita fino al 22 febbraio 2009 la prima mostra dedicata al fotografo e grafico olandese Arno Hammacher. L’esposizione, intitolata “Il punto di vista di ARNO- ARNO hammacher, fotografo-progettista grafico”, è prodotta e realizzata dal Museo in collaborazione con Regione Lombardia e curata da Giovanna Ginex. La rassegna è interamente composta da fotografie originali e ricostruisce l’opera dell’artista dal 1946 ad oggi. Arno Hammacher è un personaggio poliedrico che, nato e formatosi in Olanda, è divenuto in seguito un vero e proprio cittadino del mondo nel corso della sua ricerca e del suo percorso professionale.

La mostra si propone di presentare per la prima volta in modo completo, organico e ragionato il lavoro di Hammacher, analizzato e ricostruito criticamente attraverso i materiali documentari, bibliografici e fotografici acquisiti direttamente dall’autore da parte della Regione Lombardia, sia grazie al fondamentale rapporto e dialogo con il fotografo. La stessa esposizione, realizzata entro un percorso e un allestimento ispirati e discussi da e con Hammacher, è a sua volta un’opera, proprio in virtù dell’intensa collaborazione del Museo e della curatrice con l’artista.

arno03La scientificità rigorosa dei contenuti e la qualità del design dell’esposizione, progettato dallo staff Exhibition design – grafica del Museo, sono affiancati dal valore aggiunto della creatività dell’artista e danno vita ad un progetto d’eccezione, nato dall’intreccio dialettico di competenze e responsabilità cresciuto nel tempo. Nel dicembre 1992 l’Archivio fotografico di Hammacher, costituito da oltre 90.000 immagini, è stato acquisito dalla Regione Lombardia, dopo una collaborazione tra questa istituzione e l’artista iniziata negli anni Settanta. Hammacher ha infatti realizzato a partire da questo periodo importanti reportage fotografici di grande interesse dedicati alla cultura materiale, al mondo del lavoro industriale, agli interventi architettonici all’ambiente agricolo del territorio lombardo.

La sezione d’apertura della mostra presenta Arno Hammacher al visitatore raccontando l’artista attraverso una serie di testimonianze biografiche. Accanto alle fotografie compaiono materiali legati in diverso modo agli esordi del fotografo, come la prima macchina fotografica e il taccuino in cui l’autore ha raccolto alcune delle sue prime prove fotografiche. Il percorso critico della mostra racconta una personalità caratterizzata da un eccezionale rigore formale e dall’approccio unitario alle arti. La lezione del Bauhaus, fatta propria durante la formazione olandese, si rende evidente nel rigore delle proporzioni e dei volumi e resta costante riferimento sia nei soggetti tratti dalla natura sia in quelli che pongono al centro il lavoro dell’uomo.

arno02Il “punto di vista” di Arno Hammacher emerge con forza nella sua ricerca artistica, che si concentra in particolare sullo studio della natura e dei suoi dettagli, ad esempio nello studio di una corteccia o nel tracciato geometrico di un campo arato. Tra gli altri temi: il dialogo tra fotografia e scultura, il rapporto tra il mondo del design e dell’industria, il lavoro e il paesaggio preindustriali, i cantieri urbani nella Milano degli anni ’50 e ’60, la fabbrica e l’immagine del prodotto, con servizi realizzati per le grandi aziende italiane tra gli anni Sessanta e Settanta, i muri delle città europee.

Un particolare legame affettivo collega inoltre il Museo all’artista: la comunanza di tematiche e di interessi ed il legame tra il fotografo e il Museo sono alcune delle motivazioni che hanno spinto lo stesso Hammacher a suggerire la scelta del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” quale istituzione per progettare, realizzare e ospitare la mostra dedicata alla sua intera opera. Quando Hammacher si trasferisce a Milano nel 1957, questo è infatti il primo Museo che visita, restandone affascinato.

La mostra è realizzata con il patrocinio dell’Ambasciata e del Consolato Generale dei Paesi Bassi.

Il volume che accompagna la mostra è la prima monografia dedicata ad Arno Hammacher, corredata da un vasto apparato iconografico a colori e una documentazione bibliografica completa. il progetto grafico del volume è stato infatti realizzato dal Museo con la consulenza dell’artista.

Il punto di vista di ARNO
ARNO hammacher, fotografo-progettista grafico
Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci”
Via San Vittore 21, Milano
Fino al 22 febbraio 2009


Puoi trovare la felicità. A Milano inaugura la mostra di Bettina Rheims

Giovedì, 18 Settembre, 2008

Martedì 23 Settembre 2008, alle ore 19, presso FORMA Centro Internazionale di Fotografia di Milano, inaugura la mostra di Bettina Rheims, Puoi trovare la felicità.

A cura di Philippe Dagen, critico d’arte e giornalista e organizzata in collaborazione con la Galerie Jérôme de Noirmont di Parigi, la mostra presenta oltre novanta splendide immagini e si articola in sezioni tematiche strettamente concatenate per raccontare l’opera di Bettina Rheims dal 1991, con Chambre close, al 2004 con Shanghai.
Puoi trovare la felicità si articola in otto differenti serie, ognuna che si intreccia con la precedente e insegue la successiva: la pubblicità, la tavola, il cinema, il romanzo, l’erotismo, la chambre close, il sogno e made in Japan per comporre le tappe di un viaggio nel mondo creativo e colorato di Bettina Rheims. Nella sala bianca inoltre sarà esposta Olga una serie inedita di nove fotografie di grande formato presentate in prima mondiale a FORMA.

Novantaquattro immagini di straordinaria forza espressiva che rubano talvolta dal mondo della pubblicità e del cinema il tratto patinato, le pose quasi teatrali come ironiche pantomime; altre volte si ispirano invece all’equilibrio della tradizione artistica, e alla storia della fotografia, tanto nella composizione delle scene quanto nelle scelte cromatiche. Nudi animati dalla forza del candore e della devozione, da espressioni peccaminose e arroganti, a volte diabolici, a volte maliziosi o celestiali, ma comunque privi di volgarità e sempre assolutamente ironici. Bettina Rheims racconta di disordinate e romantiche eroine, cariche di pathos, maliziose e perfette muse, un incanto per gli occhi che non sanno smettere di scrutare le forme classiche della composizione, i colori opulenti e fragorosi.

Una galleria di perfezione femminile, di donne più o meno conosciute dal grande pubblico, di modelle statuarie, attrici o cantanti, immerse in scenari quotidiani, in pose lascive. Monica Bellucci in versione Salomé che versa sangue nel piatto, Jennifer Jean Leigh in piedi, in pigiama, con una bambola in mano in una allegoria della follia, Sharon Stone che sgranocchia diamanti come Eva il frutto proibito, la fotografia di Bettina Rheims nasce sempre da una serie di operazioni lunghe e complesse che nulla hanno a che spartire con la semplicità abituale dell’atto fotografico. Le sue immagini sono un’accurata costruzione intellettuale e visiva frutto di un’attenta regia, in cui nulla è lasciato al caso.

«È abbastanza strano quello che faccio» dice del suo lavoro Bettina Rheims, e del resto scenografa, pittrice, regista, sceneggiatrice…definire Bettina Rheims una fotografa è veramente molto insufficiente.
Commenta Philippe Dagen:
Bisognerebbe mobilitare le fonti dell’iconografia antica e moderna, sacra e profana, mitologica e biblica. Quella dell’analisi plastica, dei ricordi letterari e, naturalmente, le considerazioni sul metodo e sulla tecnica fotografica messe in opera. Come dire che tutte le immagini di Bettina Rheims dovrebbero essere trattate con gli stessi strumenti analitici, e in un campo culturale sufficientemente vasto, come merita ogni opera d’arte merita, indipendentemente dal suo supporto o materiale.

La mostra per i contenuti di alcune immagini è vietata ai minori di 16 anni.

INFO:
FORMA
– Piazza Tito Lucrezio Caro 1 , 20136 Milano
dal 24 Settembre al 23 Novembre 2008 – tutti i giorni dalle 10 alle 20
Giovedì e Venerdì dalle 10 alle 22 – lunedì chiuso

Costo biglietto Intero: 7,50 euro – ridotto: 6,00 euro – scuole: 4,00 euro
altre Informazioni allo 02.5811.8067 – 02.8907.5419