Lisette Model e la sua scuola. Fotografie 1937 – 2002”. Prorogata fino al 30 novembre 2008

Lunedì, 10 Novembre, 2008

lisette_model1Di Lisette Model si diceva scattasse fotografie con tutto il corpo. Un’artista per caso che ha fatto la storia della fotografia e che ha influenzato con la sua passione e il suo carisma generazioni di fotografi altrettanto importanti come Diane Arbus, Peter Hujar, Bruce Weber, Eva Rubinstein, per citarne solo alcuni. La sua opera e quella dei suoi successori viene raccontata nella mostra itinerante “Lisette Model e la sua scuola. Fotografie 1937 – 2002”, presentata in anteprima italiana al Museo di Roma in Trastevere.

Solo all’età di trent’anni Lisette Model (1901-1983) comincia ad esplorare il mondo della fotografia, ma adotta immediatamente uno stile ironico e personalissimo con cui rappresenta dapprima la Francia e poi l’America della seconda metà del Novecento, dalle spiagge pubbliche di Coney Island ai jazz club, dalla ricchezza oziosa della Fifth Avenue alla semplicità dei ritrovi di quartiere. Immagini acute e inconsuete eppure a volte così grottesche da sfiorare la caricatura.

La sua capacità di “ritrarre nell’intimo la gente” – come scrisse di lei un’altra grande fotografa del XX secolo, Berenice Abbott – è ciò che la lega profondamente ai suoi successori. È per questo motivo che in mostra, accanto alle 21 immagini della fotografa americana, sono presenti oltre 100 fotografie di 12 celebri artisti che a lei si sono ispirati: Diane Arbus, Bruce Cratsley, Elaine Ellman, Larry Fink, Peter Hujar, Raymond Jacobs, Ruth Kaplan, Leon Levinstein, Eva Rubinstein, Gary Schneider, Rosalind Solomon e Bruce Weber.

Diane Arbus è sicuramente la più famosa tra i suoi allievi. I suoi ritratti della gente comune come degli outsider restano impressi nella mente di chi osserva per la loro ricerca di un realismo esasperato, mentre sono più evanescenti le immagini di Bruce Cratsley, che vive la fotografia in modo intensamente interiore. Lisette Model ha avuto una forte influenza anche su Elaine Ellman che deve il suo successo soprattutto alla capacità di creare immagini con cura ed intuito allo stesso tempo. In mostra anche 22 ritratti di Larry Fink, dal 1958 al 1962 allievo della Model, che rivelano con intensità momenti solitamente lasciati nascosti, e 8 fotografie di Peter Hujar, da cui traspare un senso di solitudine e mortale fragilità.

Di Raymond Jacobs – a cui Lisette Model, guardandone i lavori per la prima volta, disse: “Sei un fotografo. Devi diventare un fotografo” – si possono osservare due ritratti di Louis Armstrong accanto a quelli di gente comune. Presente anche una selezione delle famose immagini con cui Ruth Kaplan ha raccontato l’edonismo, la decadenza e la sensualità dei bagni pubblici, uno sguardo particolarissimo che rappresenta la vera identità delle persone espressa attraverso i loro corpi. Ampio spazio viene dedicato a Leon Levinstein, uno dei maggiori esponenti della fotografia di strada: volti, ombre, gambe, attimi effimeri raccontati senza alcun sentimentalismo, seguendo gli insegnamenti della Model. Persone e spazi vuoti sono invece i soggetti prediletti da Eva Rubinstein, fotografa dalla vita errante, inizialmente ballerina e attrice teatrale, convinta che ogni suo ritratto sia una rappresentazione di se stessa vista con gli occhi degli altri.

Gary Schneider, invece, rappresenta soprattutto corpi nudi manifestando un interesse trasversale tra arte e scienza che ha visto il suo momento più alto nella raccolta Genetic Self-Portrait.
In mostra anche 17 immagini di Rosalind Solomon. Grazie allo studio con Lisette Model la Solomon affina la sua poetica, finalizzata non a documentare la realtà bensì a superare le convenzioni allineando l’orrido con la bellezza. Infine sono esposti 4 ritratti di Bruce Weber, conosciuto dal grande pubblico per le campagne pubblicitarie di Versace, Calvin Klein e Ralph Lauren, che deve il suo successo alla capacità di combinare uno stile classico ad un atteggiamento viscerale e sensuale.

Con la mostra “Lisette Model e la sua scuola. Fotografie 1937 – 2002” il Museo di Roma in Trastevere conferma la sua attenzione al mondo della fotografia offrendo al pubblico italiano l’occasione di ammirare in un’unica sede alcuni tra i grandi fotografi del Novecento newyorkese.

Curatore/i: Diana Edkins e Larry Fink
Catalogo: Aperture Foundation New York

Roma, il Comune scarica FotoGrafia al suo posto, futurismo e astronauti

Lunedì, 20 Ottobre, 2008

Roma, il Comune scarica FotoGrafia al suo posto, futurismo e astronauti

Capace di attirare 200mila visitatori, di dipanarsi in 143 diverse mostre, con un costo totale di soli 187.500 euro, eppur soppresso dal programma del Comune di Roma perché troppo dispendioso. E’ la paradossale sorte che potrebbe toccare a FotoGrafia, il Festival internazionale, la cui ottava edizione era (è?) programmata per la prossima primavera.

Il proposito del Comune di Roma di non sostenere più l’iniziativa è stato comunicato improvvisamente dall’assessore alla Cultura, Umberto Croppi, al termine di un incontro con i direttori delle accademie e degli istituti stranieri presenti nella Capitare, indetto per creare una rete stabile di rapporti culturali di livello internazionale. Al posto di FotoGrafia, altre iniziative come un “festival della letteratura dei migranti” e le mostra per i 100 anni del Manifesto futurista e per i 40 dello sbarco sulla luna.

Roma, e l’Italia, rischiano così di perdere un evento che in pochi anni si era trasformato in un punto di riferimento internazionale per il mondo della fotografia e dell’arte, anche se l’organizzazione promette battaglia. “Andremo avanti lo stesso – fa sapere il direttore artistico di FotoGrafia, Marco Delogu – Abbiamo già ottenuto il sostegno di tutti gli sponsor, sulla comunità di Flickr (il sito multilingua dove gli appassionati di fotografia condividono scatti discussioni sulla materia, n.d.r.) ci sono già messaggi in nostro favore”.

L’abbandono del Comune significa, all’atto pratico, l’impossibilità di utilizzare il Palaexpo e il Museo di Roma in Trastevere, spazi storici del festival. “Ma per fortuna la fotografia è un’arte poco ‘esosa’, in termini di spazi, di tecnologie e di costi – spiega Delogu. Oltretutto, la macchina era già partita “impossibile fare diversamente, quando si fa parte di un calendario internazionale”.

Perché di questo si tratta. FotoGrafia è parte del Mese europeo della fotografia, iniziativa che attraversa le grandi città del vecchio continente, a cominciare da Parigi, in novembre, attraverso Vienna, Berlino, Varsavia e, appunto Roma. A Roma, in questi ultimi anni, sono passati i più grandi talenti mondiali, i cataloghi sulla città che ogni anno il festival affida a un diverso fotografo sono finiti alla Biennale di architettura di Venezia. “Senza tralasciare che il nostro è un evento vivo, radicato nel territorio, di immagini scattate nella città o da fotografi romani in giro per il mondo. Insomma, non una mostra in affitto, come se ne vedono tante. Quest’anno, poi, avremmo puntato ancora di più sui giovani”.

C’è la sensazione di una volontà politica, di un desiderio di fare ‘piazza pulita’. “Penso si voglia eliminare tutto quello che è stato trovato – dice il direttore artistico -. Tra l’altro, di fronte all’eventualità di sopprimere un evento, la procedura normale è quella di convocare gli interessati, di esporre i problemi, se ce ne sono. Non fa certo piacere apprendere la notizia dalla stampa”.

Ci sarebbe anche l’eventualità di un cambio di sede… “Ma il festival è nato a Roma e per Roma, aveva trasformato la città in una grande capitale mondiale della fotografia: grazie anche a noi, gli appuntamenti e le mostre in città si susseguono al ritmo di uno alla settimana – conclude Delogu -. Il festival internazionale di Arles – con il quale collaboriamo, io stesso l’anno scorso ho curato una sezione, che poi è stata replicata a Parigi, durante la notte Bianca – è un evento mondiale da 40 anni, lo è stato con Chirac, con Jospin, e ora lo è anche con Sarkozy: evidentemente c’è un senso dello stato, del bene comune, diverso dal nostro”.

Tra le iniziative di FotoFestival, la collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio: fotografi che gravitano intorno alla manifestazione hanno documentato il lavoro dell’associazione in giro per il mondo, dal Malawi al Mozambico, alla Guinea. I lettori di Repubblica.it conoscono bene il festival: a maggio, ospitammo il concorso a tema “La finestra di fronte”, con le foto migliori proiettate al Festival. L’anno prima, lo spunto era stato “Il nostro 2007″.


Non cancelliamo “Fotografia”. Il festival di Roma va salvato

Mercoledì, 15 Ottobre, 2008

Il mondo della fotografia ha appreso con sgomento l’intenzione dell’assessore capitolino alla cultura Umberto Croppi di tagliare il Festival Internazionale della Fotografia, che con la prossima edizione avrebbe toccato gli otto anni di attività. Anni in cui è diventato uno degli appuntamenti più attesi e seguiti a livello internazionale, un’occasione di incontri e una vetrina per i giovani fotografi.

Marco Delogu, direttore del Festival fin dalla sua nascita, durante gli anni della giunta Veltroni, è ancora incredulo. «Noi il Festival lo stiamo tuttora preparando e abbiamo avuto la riconferma dell’impegno di tutti i nostri sponsor», spiega. «Per il comune il Festival è a costo zero, la spesa si è ridotta man mano che cresceva il numero degli sponsor». Racconta anche di una rete di rapporti che questa decisione taglierà: «Abbiamo fondato insieme con altre sei capitali il mese europeo della fotografia, che era alla II edizione. Il 30 ottobre apre a Parigi la mostra che avrebbe dovuto arrivare a Roma, al Festival, ad aprile-maggio del 2009».

Ma Delogu è anche stupito per il modo con si è annullato uno degli eventi culturali più importanti della capitale: «Non mi ha detto niente nessuno. Non ho mai incontrato né l’assessore Croppi né altri della nuova amministrazione. Mi avrebbe fatto piacere essere interpellato e non venire a sapere la notizia dalla stampa. Comunque non mi parlino di questione finanziaria. Il Festival costa molto poco e noi stavamo già pensando a un Festival con meno mostre e più incontri, più agile e rivolto alla giovanissima fotografia».

Il Festival, spiega Delogu, ha creato una vera e propria comunità di grandi fotografi legati a Roma, ai quali è stato commissionato nelle passate edizioni di interpretare con i loro scatti la città. Sono proprio loro, adesso, i più dispiaciuti dal fatto che questa collaborazione venga interrotta in maniera così brutale. Aanders Petersen così ci racconta il suo dispiacere: «Ho lavorato alla commissione Roma nel 2003, è una città fantastica che ho fotografato in totale libertà, lavorando nel mio stile duro e diretto, “FotoGrafia” mi ha fatto conoscere al pubblico e alla critica italiana e da allora sono sempre tornato al Festival di Roma come spettatore. Una volta, nel 2007, ho dato una lecture. Sono attaccato a Roma e romano è anche l’editore, Peliti, del mio ultimo libro “french kiss”, non posso pensare che un appuntamento del genere possa essere cancellato».
Gli fa eco Graciela Iturbide, appena insignita dell’Hasselblad Prize, in Svezia, un premio che è un po’ il Nobel per la fotografia: «La mia mostra al museo Andersen ha aperto la prima edizione di “FotoGrafia”, è stata per me un’emozione profonda e poi sono tornata per fare la commissione su Roma nel 2007, guardare la città con i miei occhi e portarci dentro tutto quello che avevo visto nel mondo. Amo Roma, sono latina, e ho studiato Pasolini e il neorealismo, e torno qui ogni volta che posso, sono qui ora e una mia mostra si aprirà il 16 ottobre alla galleria vm21. Vengo al Festival anche quando non espongo, mi piace il clima e incontrare tutte le persone che vengono a vedere le mostre».

Dice Marco Delogu: «Il Festival ha portato a Roma tutti i migliori della fotografia internazionale, non c’è grande fotografo italiano che non sia venuto. Il Festival ha fatto di Roma la capitale della fotografia e una delle capitali nel mondo. Abbiamo esposto per la prima volta alcuni giovani che poi hanno vinto tutti i premi che ci sono, come Lucia Nimcova e Leone Purchas, per fare due nomi. il Festival è diventato un’istituzione nel calendario internazionale. E si annuncia la sua fine proprio mentre Milano mette in cantiere la prima Biennale di fotografia, e appena dopo che la Biennale di Architettura di Venezia ha dedicato uno dei suoi spazi alla storia delle commissioni di Roma con alcuni dei più grandi fotografi incaricati dal Festival di fotografare la città.

Senza tenere conto anche di tutto l’indotto che la fotografia muove in questa città tra gallerie, case editrici, scuole di fotografia. Proprio in questi giorni sta per aprire la mostra dell’Iturbide alla vm21, quella di Armin Linke alla Calcografia Nazionale, una mia mostra a Villa Medici. C’è un grande fermento in questa città intorno al mondo della fotografia. Non si può sopprimere così il Festival che di questo fermento è l’espressione».


Dall’Abruzzo al Vietnam: 120 scatti di guerra di Ennio Iacobucci

Mercoledì, 25 Giugno, 2008

Dal 24 giugno al 14 settembre al Museo di Roma in Trastevere in piazza Sant’Egidio a Trastevere per la prima volta in Italia una rassegna, a cura del giornalista Vittorio Morelli, sul fotoreporter abruzzese morto sconosciuto e in povertà che testimoniò i conflitti nel Sud est asiatico tra il 1968 e il 1975.

Verranno esposte 120 fotografie di guerra scattate da Ennio Iacobucci, fotoreporter abruzzese che per anni, durante la guerra del Vietnam, ha testimoniato il conflitto nel Sud est asiatico sulle pagine dei giornali di tutto il mondo, componendo un affresco della grande Storia del Novecento. Le sue foto sono le immagini che hanno ispirato tanti registi e direttori della fotografia dei film sulla guerra del Vietnam. Dunque, non solo la scoperta di un fotografo straordinario ad opera di Morelli, cronista attento e scrupoloso, curatore della mostra ma anche una vera e propria testimonianza storica.

Già in Israele per la ‘Guerra dei sei giorni’, pressoché sconosciuto in Italia, dove è morto suicida nel 1977 in solitudine e povertà, questo fotografo avrebbe potuto tentar fortuna nella vicina Roma, dove impazzava la ”Dolce vita” e si facevano le ossa i primi ”paparazzi”. Invece, verso la fine degli anni Sessanta, dalle montagne dell’Abruzzo Iacobucci finì nelle insanguinate risaie del Vietnam, dove visse il battesimo del fuoco con due giornalisti del calibro di Oriana Fallaci, all’epoca inviata dell’Europeo, e Derek Wilson, suo pigmalione e storico corrispondente della France Press a Saigon. Attacco nel quale riuscirono ad entrare anche nell’Ambasciata Usa di Saigon appunto e che rappresenta il momento in cui gli americani compresero che quella in Vietnam era una guerra che non si poteva vincere.

In sette anni, il fotoreporter abruzzese ha immortalato con il suo obiettivo non solo la tragica disfatta degli americani, ma anche le invasioni del Laos e della Camboglia, testimone in prima linea dei principali avvenimenti che oltre 30 anni fa sconvolsero il Sud est asiatico

La mostra su Ennio Iacobucci si protrarrà fino al 14 settembre e martedì all’inaugurazione saranno presenti il sindaco e l’Assessore alle Politiche Culturali. La rassegna è promossa da Zetema e dall’Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma. Il catalogo è edito da De Luca Editori d’Arte.

INFO: Museo di Roma in Trastevere, piazza Sant’Egidio – Roma.
Dal martedì alla domenica dalle ore 10.00 alle ore 20.00 – la biglietteria chiude un’ora prima
Biglietto d’ingresso Intero: € 5,50 – Ridotto: € 4,00
Tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00 -22.30)

World Press Photo – Milano – Roma

Sabato, 3 Maggio, 2008

E’ approdato in Italia l’ultimo World Press Photo. La prima tappa sarà a Milano, alla Galleria Carla Sozzani dal 3 al 25 maggio 2008. Si inizia il 3 maggio dalle 15 alle 20.

Il World Press Photo (link al sito ufficiale) è uno dei più importanti concorsi dedicati al fotogiornalismo professionale. Il fine del concorso (e della fondazione no-profit da cui prende il nome) è quello di incoraggiare lo sviluppo e la diffusione del fotogiornalismo di alto livello e di promuovere la circolazione e lo scambio di informazioni in modo libero e privo di censure.

Galleria Carla Sozzani – corso Como 10, Milano
tel. (39) 02 653531 – fax (39) 02 29004080

La seconda tappa vedrà la mostra a Roma dal 10 maggio al primo giugno 2008 al Museo di Roma in Trastevere. La terza tappa invece ci aspetta in pieno periodo invernale nella città di Lucca, presso Villa Bottini, dal 15 novembre all’8 dicembre 2008.

Museo di Roma in Trastevere – Piazza S. Egidio, 1 b – 00153 Roma
tel. +39 065816563


Guinea, abitare Conakry

Domenica, 6 Aprile, 2008

Giuliano Matteucci è partito per la Guinea per seguire i medici della Comunità di Sant’Egidio, sulle orme di “Country Doctor” di Eugene Smith. Ma mentre i medici lavorano, la vita dei loro pazienti continua. Giuliano ha passato così dieci giorni all’interno delle case delle famiglie del quartiere di Ymbaya, alla periferia di Conakry, unici luoghi di intimità di una comunità che vive all’aperto.
Quel peregrinare gli ha permesso di incontrare persone prima ancora che ammalati, e di trasformare quelle stanze spoglie, eppure così particolari, in casse di risonanza di uno stato di esistenza.
La Guinea è un paese sull’orlo di una guerra civile, ma quegli ambienti, dove assurdamente spesso dominano enormi divani, in fondo a cui uomini e donne guardano dritto in macchina in una piena consapevolezza della loro posa, danno l’immagine di una dignità dell’uomo che oltrepassa condizioni sociali e di salute e legano indirettamente il lavoro di Giuliano Matteucci a quello di Smith, ponendo l’accento su un patto di fiducia, per Smith fra fotografo e lettore, per Matteucci anzitutto fra fotografo e il suo soggetto, che mette di fronte all’obiettività l’onestà della fotografia.

Una Produzione Zoneattive e Comunità Sant’Egidio

Guinea, abitare Conakry – fotografie di Giuliano Matteucci
a cura di / curated by Chiara Capodici

MUSEO DI ROMA IN TRASTEVERE
Piazza Sant’Egidio, 1/b
martedì – domenica 10.00-20.00
5 aprile – 4 maggio
intero €5.50; ridotto €4